“Il terzino e il Duce”: la biografia di Eraldo Monzeglio, leggenda del Bologna

"Il terzino e il Duce. Eraldo Monzeglio, il romanzo di una vita. Dai Mondiali del 1934 ai misteri di Salò" ci racconta la storia della leggenda del Bologna

Oggi parliamo di qualcosa di diverso dal solito. L’argomento dell’articolo è il libro “Il terzino e il Duce. Eraldo Monzeglio, il romanzo di una vita. Dai Mondiali del 1934 ai misteri di Salò”, scritto dal giornalista del Corriere della Sera Alessandro Fulloni. Una storia dalle mille sfaccettature, che racconta quello che è stato Eraldo Monzeglio, non solo un grandissimo giocatore di calcio. Il terzino diventato grande con la maglia del Bologna è stato anche tanto altro e, nel romanzo viene raccontata la biografia di un personaggio di cui si sapeva dannatamente poco.

LA STORIA DEL LIBRO – “IL TERZINO E IL DUCE. ERALDO MONZEGLIO, IL ROMANZO DI UNA VITA. DAI MONDIALI 1934 AI MISTERI DI SALÒ”

Ma che ci fa accanto al Duce, nei giorni drammatici di Salò, un ex difensore del Bologna, uno che con la nazionale ha vinto tutto quello negli anni Trenta si poteva vincere, ovvero i due mondiali del 1934 e 1938? La risposta sta in un libro uscito nei mesi scorsi, «Il terzino e il Duce» (Solferino) che racconta la vita di Eraldo Monzeglio, anzi il «romanzo», dall’esordio in Serie A sino alla fine del fascismo, il 25 aprile. Questo fortissimo calciatore fu sempre accanto al dittatore, fu il suo maestro di tennis, l’amico inseparabile — quasi un fratello maggiore, se non addirittura un padre — dei due figli, Vittorio e Bruno. Del suo passato fitto di misteri, Monzeglio — un passato calcistico con Casale Monferrato, Bologna e Roma e una vita da «mister» sulle panchine di Napoli, Samp e Juve — non ha mai raccontato nulla. Ma il giornalista del Corriere della Sera, Alessandro Fulloni, lo ha ricostruito grazie a documenti e testimonianze inedite. Ne viene fuori una sorprendente spy-story che vede Monzeglio muoversi come uno «007» in bilico tra fascismo e Resistenza, salva dalla condanna a morte certi partigiani catturati dalle brigate nere, accompagna in salvo in Svizzera fuggiaschi ebrei inseguiti dai nazifascisti.

Poi, pochi mesi dopo la fine della guerra, finisce prima sulla panchina del Como e poi della Pro Sesto (la squadra di Sesto San Giovanni, la «Stalingrado d’Italia», grazie a certi sorprendenti contatti con il Comitato di liberazione nazionale. Nel libro si parla dell’oro di Dongo, dei carteggi segreti tra Mussolini e Churchill. Ma c’è anche molta Bologna nell’avventura umana di Monzeglio, arrivato 1926 nella “squadrone che tremare il mondo fa”. L’amicizia con Leandro Arpinati, lo Scudetto vinto con il Bologna con in panchina Hermann Felsner nel 1928/29 e il ricevimento a Villa Torlonia dal Duce e soprattutto per quegli strani giri che fa il destino c’è che come allenatore ha avuto un certo Árpád Weisz, l’ebreo ungherese che finì i suoi giorni nel campo di concentramento di Auschwitz. Sono gli anni in cui, dopo la defenestrazione di Arpinati, tocca all’ex casaro prendere in mano il Bologna, quel Renato Dall’ara a cui ancora oggi è intitolato lo stadio. Monzeglio è in via Indipendenza quando Anteo Zamboni spara al Duce, è a Berlino con i figli di Mussolini che vengono ricevuti da Hitler durante le Olimpiadi del ‘36, è testimone dell’ultimo incontro tra il Duce e lo stesso Arpinati. Monzeglio morì a Torino il 3 novembre 1981. Del suo vero ruolo accanto al dittatore tra il 1943 e il 1945 non volle mai raccontare nulla. A certi giornalisti che insistettero, spiegò: “Racconterei fatti che riguardano troppa gente ancora viva. Darei troppi dispiaceri, ci son cose che poi è meglio che non si dicano e che è meglio dimenticare, seppellendole nella tomba”. La sua storia però emerge nel libro di Fulloni, fitto di carte mai viste prima, custodite negli Archivi di Stato e da testimonianze inedite, che raccontano la storia di questo personaggio a due facce.

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